MARIO SIGNORI: il trionfo del colore e dell'arte pittorica.
"Mario Signori è un pittore che ha molte cose da dire e le sa dire con perentoria franchezza pittorica" (Marco Valsecchi, 1963). Mario Signori ha conservato quella connotazione che in America lo definirebbe: "picture maker", un creatore di quadri. Egli raffigura nelle tele un microcosmo di immagini naturalistiche e un macrocosmo, come se l'artista entrasse nel dipinto e ne ampliasse le sostanze cromatiche e plastiche. Nei piccoli formati esse assumono un'espansione interna del segnocolore e della materia. L'artista precisa che i soggetti rappresentati sono pretestuali alla costruzione semantica dell'immagine. La natura, nei paesaggi come Burano, Parigi, la Bretagna o la Laguna veneta, vi è espressa per "sintesi", che Signori propone allo sguardo come soluzione archetipa e significativa dell'evento creativo. Il ductus si traduce "d'après nature" in azione pittorica costruttiva di nuove soluzioni immaginative del reale. Ma, come si denotava sopra, le sue incursioni nel paesaggio rompono il diaframma tra figurazione e astrazione, come avviene per i grandi maestri della pittura, cito per tutti Nicolas de Stael, sulla base di un inequivocabile rigore stilistico. Le tematiche astratte, caratterizzate da fondi neri e guizzanti spatolate di colore puro, sono prodotte negli anni sessanta in pieno clima informale, all'epoca dei frequenti viaggi a Parigi e della fruttuosa collaborazione con le Gallerie di Bruno Lorenzelli a Bergamo e Milano, dove ebbero luogo le Mostre personali che lo imposero all'attenzione della critica.
La pittura evoca con estrema libertà un primo piano di vivaci inflorescenze su uno sfondo di azzurre acque e bianco cielo. Anche in numerosi dipinti di "Burano" 19982000 sono ben riconoscibili strutture paesistiche a "cloison". La pittura è qui meno densa e indulge, pur con le abituali spatolate di colore vivo, in morbide "taches" e bianche commistioni sostenute da un disegno "al nero" sobrio e icastico.
Sull'opera grafica di Signori andrebbe aperto un capitolo a parte poiché già alla Scuola di Pittura della Carrara, con Achille Funi, si era evidenziata nelle acqueforti (Inferno, 1948: una saga di umane e diaboliche nudità) e nei dipinti la grande maestria nell'impianto compositivo.
Così le profetiche anticipazioni dei "bianco e nero di china" del 19621964, assecondati il taglio del foglio, costituiscono un momento magico e fondamentale per gli sviluppi dell'intero percorso artistico. Ma va pure ribadito che l'astrazione è assai presente anche nelle celebrazioni pittoriche del naturale, qualità evidenziate ancor più nei grandi "Paesaggi" lagunari e buranesi e nelle ariose "Bretagne".
Sono questi i luoghi prediletti da Signori, già frequentati, quelli veneti, da artisti come Guidi, Consadori, Semeghini, Vellani e Marchi, quelli bretoni prediletti da Gauguin e dai Fauves. Due dipinti gemelli di "Fiori" sono pretesto per una qualitativamente alta esaltazione dei rossi fuoco, dei gialli acidi, dei blu e verdi teneri e di bianchi screziati. In questi più recenti trionfi del colore, in assenza della dominante in nero, tratto che è invece costantemente presente nel repertorio astratto: nei dipinti che fanno pendant del 1999-2000, composizioni astratte a fasce gestuali oppure a placche irregolari, quasi piastrelle musive venete, la polifonia dei timbri cromatici assurge a picchi di elevata musicalità.
II pittore affida al quadro tutte le proprie pulsioni sensoriali ed emozionali, tracce e frammenti della sua indole vocazionale ed esistenziale.
Bisogna ricondurci al passato per ritrovare nella storia dell'arte un equivalente di questa fantasmagoria del colore, e precisamente nel "Grande mazzo di fiori" (1607) di Jan Bruegel il Vecchio del Museum di Vienna. L'eco dei "codici forti" del naturalismo astratto nordico, sia esso storico o più vicino a noi, il Gruppo Cobra ed altre tendenze contemporanee di Scuola francese (Ecole de Paris) conferiscono elementi di cultura e di appartenenza a un'area internazionale o quanto meno europea a un'artista tra i più dotati e originali dell'arte a Bergamo.
Bruno Talpo